Ciclo Bizet, l'amore ribelle

ven 13 settembre - 20.00
Recital Tolosa

Il giovane Bizet

INFO PRENOTA
ven 4 ottobre - 20.00
Musica sinfonica Operetta Tours

L’Arlésienne
& le Docteur Miracle

INFO PRENOTA
dom 6 ottobre - 15.00
Musica sinfonica Operetta Tours

L’Arlésienne
& le Docteur Miracle

INFO PRENOTA
gio 12 dicembre - 19.30
Operetta Repertorio leggero Poitiers

Le Docteur Miracle

INFO PRENOTA
Georges Bizet, scomparso 150 anni fa, ha segnato la sua epoca con una produzione musicale d’avanguardia. Il suo retaggio va ben oltre il successo di Carmen.

L’autore dell’opera francese oggi più rappresentata al mondo, Georges Bizet (1838-1875), morto all’età di 36 anni, non poté mai assaporare il suo successo. La leggenda che lo riguarda insinua che la mediocre accoglienza ricevuta da Carmen gli sia stata fatale. Per quanto eccessiva, questa idea rivela la posizione dell’artista d’avanguardia rispetto al suo tempo: tra gli anni Cinquanta e Settanta dell’Ottocento, Bizet compose un’opera che poté essere veramente apprezzata solo a partire dagli anni Ottanta. Brillante allievo del Conservatorio di Parigi, vincitore del Prix de Rome e membro attivo della Société nationale de musique, Bizet apparteneva alla generazione nata nel momento della fioritura del Romanticismo, la cui missione era trovare dei modi per rinnovarlo. Ma il pubblico dell’epoca non era ancora pronto a seguirlo.

“In verità, ogni volta che ascoltavo la Carmen, mi sembrava di essere più filosofo, un filosofo migliore che in tempi normali.”

Friedrich Nietzsche, 1888

I primi passi
Figlio di un ex acconciatore e fabbricante di parrucche diventato insegnante di canto e di una madre pianista dilettante, Bizet ricevette le prime lezioni di musica in famiglia. Allievo dotato, fu iscritto al Conservatorio nel 1848 grazie all’intervento dello zio François Delsarte, futuro teorico del movimento. Ben presto vinse i primi premi nelle classi di Marmontel (pianoforte), Benoist (organo) e Halévy (composizione); contemporaneamente frequentò le lezioni private di Zimmermann, dove conobbe Gounod, la cui influenza si sarebbe rivelata decisiva, come testimonia la magistrale Sinfonia in do maggiore (1855). Straordinariamente precoce, soprattutto nella padronanza dell’orchestra, Bizet iniziò ad avere successo sin da allora: dopo aver vinto il primo premio in un concorso di operette organizzato da Offenbach nel 1856 con Le Docteur Miracle, l’anno successivo ottenne la consacrazione accademica con un primo Grand Prix de Rome, che gli valse un lungo soggiorno a Villa Medici. Al suo ritorno a Parigi con una nuova opera, Don Procopio, si dedicò definitivamente alla carriera di compositore.

“Siamo arrivati al punto che oggi qualsiasi compositore che si preoccupi dell’effetto scenico e dell’espressione di sentimenti e personaggi viene infallibilmente accusato di wagnerismo.” Johannès Weber, “Le Temps”, 5 giugno 1872



Alla ricerca dell’esotismo
Prima di creare un’opera a suo nome, Bizet si guadagnò da vivere lavorando per altri. Sotto l’egida della casa editrice Choudens, approntò le riduzioni per canto e pianoforte di opere nuove, come La Statue di Reyer, e orchestrò La Reine de Saba per Charles Gounod. In questo modo diede prova delle sue capacità, tanto che i direttori di teatro non tardarono a commissionargli opere che riflettono l’esotismo in voga all’epoca. Nacquero così Les Pêcheurs de perles (1863), La Jolie Fille de Perth (1867) e Djamileh (1872), mentre il suo grand opéra Ivan IV, basato su un libretto originariamente destinato a Gounod, fu rifiutato successivamente da Baden-Baden e dall’Opéra di Parigi. Il giovane esplorò a piccoli passi il sistema modale nel periodo in cui Saint-Saëns stava componendo Samson et Dalila e Verdi l’Aida. Tuttavia, sebbene Berlioz trovasse nei Pêcheurs de perles “un numero notevole di bei pezzi espressivi pieni di fuoco e ricchi di colore”, il pubblico e i giornalisti diffidavano del giovane compositore. Quella scienza musicale, la sottile orchestrazione, il cromatismo e i temi ricorrenti non tradivano forse un sostenitore della scuola wagneriana?

“Più vado avanti, più compatisco gli imbecilli che non hanno capito la felicità di poter soggiornare all’Académie. Sono più che mai sicuro del mio futuro...”
Lettera di Georges Bizet alla madre, 1858 circa
Patrie
Pur essendo un eccellente pianista, Bizet non volle mai essere un concertista virtuoso; nondimeno, mise il suo talento di strumentista al servizio dei colleghi musicisti attraverso la Société nationale de musique, di cui fu uno dei primi membri attivi. Creata nel 1871 in risposta alla mancanza di visibilità della nascente generazione musicale, l’associazione segnò un nuovo corso per la musica francese dopo la sconfitta di Sedan. Nei concerti da essa organizzati, Bizet eseguiva partiture recenti di Massenet (Scènes hongroises, 1871), Saint-Saëns (Le Rouet d’Omphale, 1872) e Guiraud (Ouverture de concert, 1874), a quattro mani o su due pianoforti. Accompagnò anche la prima della Sonata per violino di Lalo (1873). Nel contempo, alcune opere di Bizet trovarono spazio nelle società concertistiche di Jules Pasdeloup e Édouard Colonne. La sinfonia Roma (rielaborata nel 1869), la suite dall’Arlésienne (1872) e l’ouverture Patrie (1874) furono ben accolte da un pubblico meno avverso alla modernità musicale rispetto a quello dei teatri d’opera.



Carmen
La Carmen costituì l’apice della carriera di Bizet per pura forza di cose: il compositore morì infatti tre mesi dopo la prima. Eppure, non si tratta affatto di una partitura-testamento: ogni pagina è carica di vita, quasi all’eccesso, per dare corpo alla passione malata che travolge Don José e lo porta all’omicidio. Affidandosi al genere dell’opéra-comique per rappresentare un dramma; esasperando le sonorità esotiche, proponendo per la prima volta alla Salle Favart la morte di un personaggio in scena ed esaltando una protagonista di dubbia moralità, la Carmen fece l’effetto di una provocazione nei confronti del pubblico perbenista della Francia di Mac-Mahon. L’accoglienza tiepida alla prima parigina, seguita da 48 repliche a partire dal marzo 1875, lasciò il posto a un trionfo internazionale. Vienna, Bruxelles, Anversa, Budapest, Liegi, San Pietroburgo, Stoccolma, Londra, Dublino, New York, Philadelphia, Chicago, Melbourne, San Francisco: in cinque anni l’opera fece il giro del mondo e la sua ripresa a Parigi nel 1883 ne segnò l’ingresso definitivo nel repertorio. Nel 1904 all’Opéra-Comique fu addirittura celebrata la sua millesima rappresentazione.

“Ed ecco che entrano i toreri: i picadores, i chulos, i banderilleros e l’espada. La fanfara risuona allegramente, la folla acclama il passaggio degli attori del sanguinoso dramma. È uno spettacolo splendido, e le scene e i costumi sembrano ispirati direttamente alla Tauromachia di Goya, che con tanta ferocia sventrava il toro a colpi di matita.”
Armand Gouzien, “L’Événement”, 6 marzo 1875

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